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Abitare. Domani. A Milano.

Dopo un lungo periodo di silenzio politico, che ha segnato la parentesi compresa tra gli anni ’80 e i primi anni del Duemila, il tema della casa è tornato a essere discusso (pare che oggi se ne stiano interessando anche alcuni partiti!). Infatti, nel Paese e in particolare nei capoluoghi e nelle città più grandi, la vicenda è tutt’altro che risolta. Ma in questo tempo le condizioni risultano profondamente cambiate così come gli strumenti, le regole e le risorse (sempre meno) a disposizione.

Ero da poco ricercatore al Politecnico di Milano ed ebbi la fortuna di lavorare, con alcuni docenti che, insieme alla Diocesi e a Fondazione Cariplo, avvertirono l’urgenza di riprendere il discorso e di interrompere il silenzio attorno alla casa. Fu da subito abbastanza chiaro che:

  • la questione abitativa era una questione urbana, che aveva a che fare con le città più grandi e che dalla risposta alla domanda di casa dipendeva, almeno in parte, il successo delle città stesse;
  • nell’immaginare e nel delineare le politiche della casa avevamo tradizionalmente guardato alla ‘domanda’, studiandola, quantificandola, mappandola mentre poca attenzione era stata rivolta all’offerta, meno familiare e più sfuggente.

Nelle città italiane, rispetto a quanto accade in Europa, mancava e manca l’affitto. L’affitto a canoni più bassi rispetto al mercato; un affitto agevolato, calmierato, ridotto, accessibile. Quello che la legge 431/98 (da migliorare) chiama concordato.
Mancava e manca l’affitto. Non mancano le case! Siamo il primo paese in Europa per numero di case su numero di famiglie (quasi 130 case ogni 100 famiglie) e siamo tra gli ultimi, insieme a Portogallo, Spagna e Grecia, per quota percentuale di case in affitto sul totale delle abitazioni (poco più del 20%).

In seguito alla ripresa del dibattito e del confronto sulla questione abitativa partirono a Milano interventi più decisamente destinati alla locazione, finanziati dal primi fondo etico immobiliare che aprì poi la strada al Sistema Integrato dei Fondi a livello nazionale. Strumenti e meccanismi nuovi che fecero rumore e attirarono l’attenzione dei media.

Più silenziose e inascoltate restarono le esperienze importanti, presenti nella città da quasi un secolo e sempre più uniche. Parlo della cooperazione di abitanti a proprietà indivisa che, attraverso il titolo di godimento, ha rappresentato e rappresenta quella parte di storia della casa più vicina all’affitto.
Per questo motivo cominciai ad avvicinarle, a incontrarne alcune scoprendo un pezzo di storia della città di grande interesse politico, sociale
e culturale. Oltre a Milano e a qualche comune della prima cintura (in particolare Sesto San Giovanni e Cinisello) il modello della proprietà
indivisa ha trovato spazio in pochissimi altri territori risultando, nel tempo, sempre più raro e sempre più marginalizzato.

Non sono solo convinto che la proprietà indivisa è stata la risposta più intelligente per molte famiglie che non potevano o non volevano comprare casa ma è evidente che sono le cooperative a proprietà indivisa che hanno avuto la capacità (oltre che l’intenzione e il desiderio) di costruire, insieme agli alloggi, anche comunità di abitanti.

Hanno dato vita a luoghi ospitali e accoglienti, carichi di relazioni e di reciprocità, attenti alle situazioni più fragili, aperti e pronti a confrontarsi con le contraddizioni del contesto e della città.

Certo con tutti i loro limiti e con la voglia di superarli e di fare meglio. Oggi, come cento anni fa nella Milano operaia e industriale, come sessanta anni fa nella Milano antifascista impegnata nella ricostruzione seguita alla seconda guerra mondiale, torna di grande attualità, insieme all’affitto, la proprietà indivisa che la Abitare Società Cooperativa ha sempre sostenuto e voluto convintamente realizzare.
Milano mantiene la sua vitalità e la sua attrattività quanto più risulta in grado di dare risposte alla nuova domanda abitativa. Senza questa continueremmo, inesorabilmente, a perdere popolazione e a invecchiare. E la nuova domanda abitativa, che risulta essere la sola in grado di
compensare il saldo naturale negativo che da più di dieci anni segna la demografia milanese (sono più i morti che i nuovi nati) e la componente che, per scelta o per necessità, si trova a lasciare Milano, è fatta in prevalenza di giovani: studenti universitari, giovani in cerca di occupazione e di possibilità, lavoratori ancora in formazione o alla prima esperienza lavorativa, famiglie appena costituite.

Ovviamente ci sono anche persone meno giovani ma in larga parte ci misuriamo con una popolazione con redditi (ancora) contenuti e incerti, con poco risparmio e segnata da una forte mobilità territoriale.

L’affitto e la proprietà indivisa sono le risposte più adatte e adeguate per ospitare la nuova domanda abitativa senza strozzarla e costringerla a fare scelte non opportune come quella di comprare (prematuramente) casa.

Per questo non solo dobbiamo raccontarle di più, farle conoscere, ma dobbiamo anche chiedere alle istituzioni pubbliche di considerarne l’attualità, di trovare modi per sostenerle e, almeno in parte, finanziarle riconoscendone il valore di vero servizio abitativo sociale.
Se vogliamo provare a superare la polarizzazione crescente nel mercato immobiliare e le conseguenti diseguaglianze che segnano sempre di più la nostra Milano, dobbiamo chiedere che l’affitto concordato e la proprietà indivisa vengano incentivate e sostenute più delle forme agevolate e convenzionate orientate alla proprietà. Dobbiamo chiederci come diventare nuovamente interlocutori delle istituzioni pubbliche,
attorno a quali proposte e a quali progetti sapendo che, più della nuova costruzione, oggi abbiamo bisogno di riuso, rigenerazione, rifunzionalizzazione di quello che già esiste, inclusa la valorizzazione delle case popolari vuote da anni e non assegnabili per mancanza di manutenzione. Sono strade nuove che ci interrogano e che potrebbe valer la pena provare a disegnare insieme!

Articolo di Gabriele Rabaiotti, neoconsigliere di Abitare Società Cooperativa

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